La regola del sette

LA REGOLA DEL SETTE

29 Dicembre 2025.

Caro Diario,
Ieri è stato il mio compleanno: ho compiuto sessant’anni. Ti ho avuto in regalo dalla mia amica Gioia che è una stravagante, anche nella scelta dei regali: chi è che usa nel duemilaventicinque tenere un vero e proprio diario, fatto di pagine di carta su cui scrivere con una comune penna a sfera? Infatti nel cominciare con queste righe avverto una certa sensazione di disagio perché è da più di trent’anni che adopero il computer per scrivere e la penna ha avuto un ruolo marginale: la firma di qualche documento, qualche appunto veloce e mi sono disabituata ad usarla. Tra l’altro credo che il tenere un diario aggiornato andasse di moda fra le ragazzine adolescenti di tanti, tanti anni fa. Gioia sostiene invece che proprio alla nostra età, in cui ogni giorno che passa diventa più prezioso, è importante ripassare a fine giornata scrivendoli, i fatti accaduti. E poi, dice, è un passatempo. Ba’, ho i miei dubbi, comunque eccomi qui a provarci. E infatti non ci riesco: come si fa a cominciare con il racconto della giornata di oggi, come se tutti gli anni passati non ci fossero stati? Tutto quello che accade nelle giornate del mio presente di donna sessantenne è ormai per forza di cose legato in maniera indissolubile al mio passato: caro Diario, mi sa tanto che la pianto qui, che ti chiudo e ti ficco definitivamente su qualche scaffale e…bacini bacini, ti saluto.

Ma sono qui, ormai, con la penna in mano e le poghe righe scritte…e mentre faccio fatica a ricordare la giornata di festeggiamenti di ieri, in maniera invece del tutto spontanea e senza sforzo la mia mente vola leggera indietro…indietro…indietro…

Mi chiamo Beatrice e questo è il racconto di alcuni fatti della mia vita, caro Diario: si tratta di un racconto in certe sue parti sicuramente molto spinto, molto hard. Ma credo sia inebitabile se la descrizione di atti sessuali anche molto semplici è particolareggiata,. E dal momento che la mia è stata una vita che ho voluto in buona parte dedicare al sesso, non posso sottacere i particolari che nel sesso sono di fondamentale importanza. L’opinione nei miei confronti della maggior parte delle persone che leggessero queste pagine sarebbe sintetica e lapidaria: puttana. Se con questa espressione si intende colei che fa merce del suo corpo allora non lo sono stata. Se invece si intende una donna a cui piace fare del sesso con uomini diversi, allora lo sono stata. Ma del giudizio altrui sul mio conto me ne sono sempre fregata, non mi interessa affatto e indipendentemente dal come si voglia definirmi, che è un argomento molto poco interessante, la mia è stata una vita intensamente vissuta che mi ha soddisfatta. Non ho rimpianti o forse uno solo e grave: non ho potuto avere figli ma la mia scelta implicava la rinuncia definitiva alla maternità. E non ho rimorsi, tutt’altro: ho dispensato piacere a volontà e ne ho ricevuto in cambio molto. Come tutti se avessi la possibilità di tornare indietro, cercherei di evitare i numerosi errori commessi ma le scelte di fondo resterebbero le stesse. Solo in un caso avrei cambiato tutto e sarei allora stata una buona moglie e sarei diventata di sicuro anche una brava mamma. Ma questo lo spiego alla fine del racconto e poi si sa: non si può avere tutto dalla vita.

Avevo da poco compiuto il diciottesimo anno d’età e ancora non avevo mai avuto un rapporto sessuale completo con un uomo. Ero in ritardo rispetto alle mie amiche, che invece già da tempo avevano vissuto la loro prima esperienza. Brevi flirt e storielle senza importanza con miei coetanei con i quali ci eravamo scambiati dei baci, tutt’alpiù qualche carezza intima che avevano prodotto talvolta orgasmi brevi e di lieve intensità. Un giorno, non ricordo come o forse non voglio ricordarlo, incontrai quell’uomo: era molto più anziano di me e prese a corteggiarmi serratamente. In breve mi invaghii di lui pensandolo come l’amore della mia vita. Sapevo benissimo che stando con lui avrei finalmente avuto quel primo rapporto. Perciò, trascorso un breve periodo iniziale, non rimasi stupita quando mi chiese quell’appuntamento serale in un alberghetto cittadino e accettai contenta: immaginai quello a cui stavo andando a fare e pensai a qualcosa di romantico e di appassionato, a momenti intensi durante i quali avrei donato il mio giovane corpo all’uomo che amavo. I corteggiatori non mi erano mai mancati: ero bella e desiderabile, stando a quanto tutti mi dicevano. Avevo capelli corvini e lisci che portavo lunghi sino alla vita e avevo un corpo magro ma formoso, seni tondi, gonfi e turgidi e la carnagione chiara. Le mie amiche invidiavano le mie gambe lunghe e affusolate che loro giudicavano splendide. Ricordo ancora l’eccitazione dei miei coetanei quando, dopo essere riusciti ad introfulare una mano sotto la mia gonna, riuscivano a infilarla tra le cosce e si attardavano a palparle con desiderio crescente, tentando di salire più su. Ma quasi sempre li fermavo a questo punto, non volevo andare oltre, senza neanche io sapere il perché e noncerto per conservare la verginità che anzi avvertivo come un peso: forse perché non ne ero innamorata, chissà. Solo raramente qualcuno di loro riuscì ad insinuare la mano sotto la mutandina, cincischiare affannosamente tra i miei peli e insinuare timidamente un dito nella fessura. Un paio, i più esperti, mi toccarono insistentemente il clitoride fino a farmi venire ed io li contracambiai masturbandoli e facendoli venire nella mia mano. Ma accadde non più di due o tre volte e fu questo il massimo che concessi.

Le mia esperienze sessuali, fino a quella sera, si erano limitate a questo. Entrammo nella stanza e lui era visibilmente eccitato. Mi fece subito distendere sul letto e mentre mi baciava, mi sollevò il maglione senza togliermelo e infilò una mano nel reggiseno tirandone fuori prima uno e poi l’altro seno. Prima li palpò con forza, facendomi male, poi si avventò su di loro con la sua bocca, succhiandomi forte i capezzoli. Ansimava e a me non piaceva quello che mi stava facendo ma, mancando di esperienza, pensai che dovesse essere così e avevo deciso di lasciargli fare tutto quello che lui voleva. Mi portò una mano tra le gambe, sotto la gonna e dopo avemi palpato le cosce esattamente come avevano fatto i miei coetanei, salì fini all’inguine, mi scostò l’elastico delle mutandine di lato, e armeggiò un poco tra i folti peli del pube. Poi introdusse un dito dentro e, a differenza dei ragazzi precedenti, lo spinse più in profondità, sino a che non udì un mio sommesso lamento di dolore: era quello che voleva sentire, aveva avuto la conferma della mia verginità e lo vidi sorridere compiaciuto.
Dopodichè tutto divenne concitato, veloce: lui si mosse come se avesse una gran fretta. Mi arrotolò la gonna sulla pancia fino a scoprirmela, si inginocchiò di fianco a me, artigliò sui miei fianchi l’elastico delle mutandine e me le abbassò sino alle caviglie senza togliermele, mi guardò per qualche istante con cupidigia il folto triangolo di peli messo a nudo e mi disse di aprire le gambe. In realtà divaricai le ginocchia perché le caviglie erano tenute unite dalla mutandina. Si spostò fra le mie cosce aperte e si sbottonò il pantalone davanti, senza toglierselo e ne estrasse il grosso pene eretto, quindi si sdraiò su di me. Sentii che trafficava con le mani tra i nostri corpi: con l’indice e il pollice di una mi divaricò con forza la fessura e indirizzò al centro il membro con l’altra. Poi le tolse entrambe e io capii che era giunto il momento e dissi la frase di rito: “Non farmi male, ti prego!” Ma il suo ansimare era più forte del volume delle mie parole e per tutta risposta spinse con tutta la forza e la cattiveria che aveva, con l’intenzione di farmi più male possibile. E ci riuscì: una autentica esplosione si scatenò nel mio ventre. Prima sentii l’urto violento di un corpo estraneo, che subito dopo mi aprì, mi divaricò oltre il possibile e diedi un primo urlo tremendo. Poi lui diede in successione altre tre o quattro violente spinte e l’oggetto mi penetrò in profondità facendosi largo a forza nella mia carne stretta dalla paura e dalla verginità.Urlai ancora chiedendogli di smetterla: mi sentivo riempita, gonfia fino a scoppiare e il dolore era insopportabile. Lui me lo spinse con ancora maggiore brutalità: le mie urla e le mie preghiere lo eccitavano e me lo infilò tutto dentro.

Non pago di ciò me lo tenne così per qualche lungo istante continuando però ad esercitare con i suoi fianchi una fortissima pressione, come se avesse l’intento di sfondarmi del tutto. Sentivo la punta del suo membro premere violentemente contro il fondo della vagina. Urlai ancora e fu un errore perché lui disse in preda ad una bestiale eccitazione premendo più forte: “Si, urla pure, che mi piace farti male: te la spacco tutta, ti rompo la tua sorchetta vergine, te la faccio a pezzi e poi ci vengo dentro…” Restai agghiacciata da tanta oscenità e capii che dovevo rassegnarmi, che era inutile agitarmi e urlare: non potevo fare nulla per sottrarmi a quella violenza. Perciò, mordendomi una mano per il male che mi faceva, lo lasciai fare sperando solo che finisse presto. E finì presto: estrasse e spinse con la stessa inaudita violenza il suo membro dal mio corpo sette, forse otto volte mugugnando frasi sconce. Poi, all’improvviso si ritrasse da me restando inginocchiato fra le mie cosce e con una smorfia di piacere e di soddisfazione dipinta sul volto guardò inebriato la scena del suo membro che si ergeva e poi sputava sulla mia pancia bianca e sui miei peli neri fiotti di un liquido lattigginoso e caldo. Finì così di esaurirsi, poi si alzò dal letto e andò nel bagno dicendomi: “Rivestiti che ti riaccompagno a casa.” Mi lasciò su quel letto con le mutande abbassate, la gonna arrotolata, i seni fuori dal reggiseno ancora allacciato, e con il suo sperma sparso dappertutto: sulle cosce, sul ventre, e fra i peli.

Presi dei clinex dalla borsa e mi pulii alla meglio, poi mi vestii in fretta ed uscii da quella stanza. Alla reception mi feci chiamare un taxi. Non lo vidi mai più: io ovviamente non lo cercai e lui non cercò me. Forse avrei potuto denunciarlo ma a cosa sarebbe servito? Dopotutto ero stata io ad entrare volontariamente in quella stanza, sapendo perfettamente quello che ci andavo a fare. Seppi, tempo dopo, che era un uomo sposato con figli mentre a me aveva detto di essere scapolo. E seppi che il suo hobby preferito era quello di rimorchiare e poi scopare deflorandole, ragazze maggiorenni purchè vergini.

Così ebbe inizio la mia vita sessuale: in un modo certo squallido ma istruttivo. Se non ci fosse stato quell’episodio di sicuro la mia vita sarebbe stata diversa ma a me piace molto come è andata da quel momento in poi la mia vita e quindi devo essere in un certo senso grata all’uomo che si prese la mia verginità senza tanti complimenti e in maniera violenta.

Non saprei dire se la mia reazione a quell’episodio fu insolita o, al contrario, del tutto normale: anziché provare orrore per il sesso ed evitarlo accuratamente, divenni invece molto più disponibile di quanto non lo fossi stata mai prima. Cominciai a passare con disinvoltura da un letto all’altro: per primi volli accontentare quei miei coetanei che avevo fatto inconsapevolmente soffrire fermandoli sempre sul più bello dopo averli portati al massimo dell’eccitazione.

Uno ad uno li appagai concedendo loro il mio corpo che così tanto prima avevano desiderato invano: mi piacque vedere sui volti dei primi la sorpresa inattesa per quel mio repentino cambiamento. E mi piacque fare con loro le stesse cose di prima facendogli credere che nulla fosse cambiato in me: mi infilavano la mano sotto la gonna, cercavano di avanzare e io li fermavo. Loro insistevano ed io lasciavo che la mano salisse un po’ di più, fino a sfiorare la stoffa delle mutandine e lì gli facevo togliere la mano nuovamente per poi ritrovarmela di lì a poco nello stesso punto. Allora li lasciavo fare un po’ di più e mi piaceva percepire il crescere della loro eccitazione per quel progresso inaspettato: di solito succedeva che mi accarezzavano prima piano il pube e poi, con maggior vigore e cercando di afferrarlo tutto con il palmo della mano, restando però al di sopra della stoffa delle mutandine. Poi tentavano timidamente di insinuare un dito sotto, in prossimità dell’interno delle cosce, di scostare di lato la mutandina e di introdurmelo nella fessura. E a questo punto arrivava per loro la sorpresa: a differenza delle volte precedenti, anziché stringere le gambe, le aprivo per facilitare l’ingresso del dito che, non essendo più vergine, penetrava senza difficoltà.

E invariabilmente, allora, perdevano la testa: mi perlustravano ansiosi le pareti interne della mia vagina come a voler scoprire di che materia fosse fatta lì. Poi, sempre più audaci ed incoraggiati dalla mia inattesa disponibilità infilavano l’intera mano nelle mutandine. Scoprii allora che i peli del pube di una donna sono la cosa più eccitante per un uomo: quando riuscivano finalmente a toccarmeli sentivo le loro mani stringermeli con frenesia come a volermeli strappare senza però farmi male, accarezzarmeli con energia, passare le dita in mezzo a loro. Poi mi sollevavo il golf o mi slacciavo la camicetta che indossavo e tiravo fuori dal reggiseno un solo seno. Loro ci si avventavano famelici con la bocca prendendo a succhiarli avidamente, senza ovviamente smettere di trafficare con le mani lì sotto, spostandole frenetiche dal monte di Venere all’ingresso della vagina. A questo punto sussurravo loro nell’orecchio una domanda retorica: “Mi vuoi scopare?” Il “Si” scontato aveva il suono di un lamento, di una preghiera. Gli slacciavo io i pantaloni e gli prendevo da dentro il pene. Poi dicevo piano: “Vieni dentro di me, scopami” Spalancavo le gambe e li aiutavo ad entrare e quando li sentivo sprofondare gemendo di piacere, mi abbandonavo totalmente, lasciando che godessero nel mio corpo a loro piacimento: mi facevo mordere e graffiare i seni, lasciavo che mi palpassero con forza cosce e natiche mente mi possedevano.

Insomma davo il totale ed incondizionato via libera al loro desiderio. La durata dei rapporti il più delle volte fu molto breve, tanta era la tensione ed il desiderio accumulati. Poi li salutavo dicendo: “E’ stato divertente:bacini bacini.”
Io prendevo la pillola anticoncezionale e in più stavo bene attenta ai periodi: li lasciavo venire dentro perchè quello era anche per me il momento di maggior piacere. Sentire nel mio corpo i loro battiti, le frenetiche pulsazioni e il liquido nella mia carne mi piaceva da morire e quello era il momento in cui, qualche rara volta in quel periodo, giunsi anch’io all’orgasmo. Fra i miei coetanei si sparse in breve la voce di quel sorprendente mio cambiamento, cosicchè dopo i primi due o tre, l’elemento sorpresa, per me così eccitante, venne a mancare. Fu però sostituito da qualcos’altro di altrettanto stimolante: venni presto considerata una ragazza facile(e questo non mi disturbava). Ma soprattutto dopo poco tempo si cominciò a favoleggiare sul mio conto che fossi un’abile amatrice, una donna esperta in fatto di sesso. “Come fa l’amore lei…”, andavano raccontando vantandosene quelli che l’avevano provato. Ovviamente si formò una lunga fila composta da tutti coloro che ardevano dal desiderio di venire a letto con me: mi eccitava questo ruolo di ragazza perduta dalle grandi capacità amatorie. Oggi se ci ripenso mi viene da ridere perché non era vero niente, era solo una leggenda inventata dai miei coetanei inesperti quanto me per fare gli sbruffoni. Però è vero che, seppure in maniera del tutto istintiva, riuscivo a farli godere intensamente. Ma la realtà era che in fatto di sesso ero davvero una bambina e che di come si facesse sul serio l’amore non sapevo nulla. Però li accontentai tutti, recitando con loro il ruolo di donna fatale, esperta e sensuale. E fu maggiormente piacevole farlo con quelli meno belli e che perciò venivano disdegnati dalle ragazze della mia età: per costoro fui una manna dal cielo insperata.

icordo che uno di loro si presentò al convegno amoroso in preda a tale eccitazione che ancor prima di riuscire a penetrarami e non riuscendo a trattenersi, eiaculò tra le mie gambe. Mi intenerì la sua vergogna per l’accaduto e volli appagare in maniera completa il suo desiderio: presi con la mano il suo membro e me lo introdussi dentro lasciando che poco dopo se ne venisse, tutto felice, una seconda volta.
Questa reazione all’episodio durante il quale persi la verginità non fu però disperata, non intendevo affatto buttarmi via o punirmi per qualcosa: no, stranamente, dato il modo in cui avevo cominciato, fare sesso mi piaceva e lo facevo con gioia, con allegria e disinvoltura e scoprii di essere calda e passionale.
E non pensavo affatto che tutti gli uomini fossero dei mostri, tutt’altro: mi piacevano, eccome se mi piacevano!

Passato del tempo dalla mia deflorazione, provai per quell’uomo persino compassione: infatti doveva essere ben infelice uno che sapeva raggiungere il massimo del piacere solo in quel modo. Inoltre, anche se ci volle molto tempo per capirlo, anche quella prima esperienza sessuale certamente per me traumatica e squallida, mi insegnò a conoscere gli uomini. Spesso, molti anni dopo, mi sono sorpresa a ricordare quell’atto sessuale: quando in seguito divenni davvero una donna vissuta ed esperta , capii che che alcuni di quei gesti, anche violenti, quelle parole oscene, possono essere a volte parte integrante e stimolante del sesso che ha in se sempre qualcosa di bestiale. E fu appunto un atto di bestiale violenza quello che subii: il grave consisteva nel fatto che a perpretarlo fu un essere umano che aveva quindi tutte le facoltà per dominare il suo istinto. Avrei più volte avvertito in seguito e in molti uomini affascinanti la presenza di quell’istinto bestiale ma il loro autocontrollo era tale che quasi sempre si sono rivelati i più garbati, i più gentili e i più rispettosi della mia femminilità. Io però percepivo il loro desiderio inconfessato di prendermi con più vigore. Ed ero io allora a darmi a quegli uomini che stavano dominando e controllando il loro istinto, con maggiior passione e più forza, sapendo che ne avremmo insieme deciso e rispettato i limiti. Nessuno più di me sa quanto forte e violento possa essere il desiderio sessuale e nessuno meglio di me sa che l’unica vera violenza nel sesso è ignorare la presenza e la volontà dell’altro.

Andai a letto con una decina di miei coetanei prima di stancarmi di appagare i desideri di ragazzi iper eccitati per le prolungate astinenze. E da allora in poi stabilii una regola che chiamai “La regola del sette”: questo era infatti il numero massimo delle volte in cui accettavo di incontrare lo stesso uomo. Naturalmente non aveva importanza il numero degli amplessi di ogni volta che ci vedevamo e un incontro poteva, come sarebbe accaduto più volte, protrarsi anche per più giorni: ma il settimo incontro doveva essere in ogni caso il definitivo, l’ultimo e poi…bacini bacini, e ognuno per la sua strada. La regola non includeva il periodo dell’approccio iniziale del corteggiamento che a volte durò mesi: infatti da quando successivamente imparai a gestire meglio le mie storie, divenne sempre più difficile conquistarmi. Il conteggio scattava dal primo convegno durante il quale avveniva il rapporto sessuale: quello era il primo incontro. Da lì in poi valeva come “incontro” anche una semplice uscita per una cena romantica: non era necessario cioè che si dovesse finire a letto. Il conteggio si basava su di un criterio molto semplice: anche quando convivevo con un uomo per giorni, arrivava sempre il momento del distacco e quando ciascuno riprendeva la sua vita, quello era il momento in cui si concludeva l’incontro, fino alla volta successiva.

Avrei in seguito rispettato quasi sempre questa regola, impedendomi in questo modo di cadere nella tentazione di instaurare rapporti stabili o prolungati nel tempo: nessun fidanzamento, nessuna storia complicata e vincolante, nessun legame che potesse ostacolare la mia scelta di libertà. Solo sesso, fatto con passione, dedizione e, perché no? amore. Al quale amore non avevo rinunciato affatto, specie da quando avrei imparato col tempo a vivere il sesso in maniera adulta e consapevole: racchiuso in un unico atto sessuale vissuto con intensità ci può talvolta essere più amore che in anni di un rapporto continuativo ma grigio e abitudinario. Infatti mi sono innamorata qualche volta degli uomini con cui sono stata e qualche volta ho sofferto e li ho fatti soffrire nel lasciarli, scegliendo però sempre alla fine di restare libera di innamorarmi nuovamente: ho voluto vivere una lunga serie di “prime volte”, tutte fortunatamente più eccitanti e gratificanti di quella mia prima volta. Ho detto che ho rispettato quasi sempre questa regola: c’è stata un’eccezione di cui dirò più tardi.
La mia famiglia era decisamente benestante, appartenente ad un ceto alto borghese. Io avevo fatto gli studi classici e di lì a poco mi sarei laureata in lettere. Chiesi ai miei di andare a vivere per conto mio: erano di larghe vedute ed accettarono di mantenermi fuori casa fino a che non fossi stata in grado di farlo da sola.

Il che avvenne presto: poco dopo che mi fui laureata, grazie all’interessamento di mio padre ottenni un posto di ricercatrice culturale all’interno di una televisione nazionale e feci una buona carriera. Ma senza mai usare le mie attitudini sessuali per questo scopo: tenevo nettamente disgiunti il mondo del lavoro e quello della mia vita privata. Non ho mai avuto un rapporto extra lavorativo con nessuno dei miei colleghi, mandando “in bianco” tutti quelli che ci provarono, che furono ovviamente numerosi. Ho svariati interessi: la letteratura in genere è sempre stata la mia passione, quella greca e latina in particolare: la conoscenza approfondita di alcuni autori con i loro richiami espliciti al sesso e all’eros hanno influenzato non poco il mio modo di vivere in maniera spregiudicata e libertina i miei convegni amorosi. Amo il mare e sono tutt’oggi un’abile nuotatrice. Ho sempre tenuto molto al mio aspetto, mantenendo in forma il fisico e facendo molta ginnastica e massaggi. Ho sempre curato con particolare attenzione l’abbigliamento e la capigliatura dedicando a queste cose buona parte del mio tempo libero. Insomma svolgevo una normalissima vita da single: prima veniva il lavoro e poi c’erano le vacanze, i viaggi quando potevo, il cinema, il teatro e molte letture. Poi c’è il bridge: lo adoro e sono una giocatrice pressochè imbattibile.

Al primo posto c’era però il mio hobby preferito che io praticavo con estrema serietà e che consideravo come un autentico interesse culturale: il sesso.
Mi staccai dunque dal gruppo di coetanei che avevo frequentato sino ad allora decisa a diventare davvero una abile amatrice, anzi: la migliore. E questo non significava andare a letto con chiunque mi capitasse a tiro: al contrario presi a selezionare e scegliere accuratamente con chi farlo. Scartavo i giovanissimi perché in questo settore ero già un’esperta mentre io ero desiderosa di imparare a fare l’amore in maniera raffinata, colta e matura. Erano necessari per questo uomini esperti e vissuti. Ma dopo un periodo di rodaggio cominciai ad eliminare quelli tra loro che erano arroganti, che esibivano pubblicamente le loro conquiste come trofei di caccia e che ti guardavano sin dalla prima volta spogliandoti con gli occhi, sicuri che il loro fascino di grandi conquistatori avrebbe attecchito: costoro mi erano antipatici e io non riuscivo ormai più a stare in un letto con una persona che non mi fosse simpatica. Mi piacevano gli uomini gentili ed eleganti: ma per riuscire a capire dove approdare e per operare concretamente queste scelte, ci volle del tempo e durante il primo periodo subito dopo la decisione di lasciare perdere con i ragazzi della mia età, andai a letto con uomini di tutte le tipologie, anche quelli che avevano caratteristiche che a me non piacevano ed ebbi modo di provare personalmente che quelli rozzi facevano malissimo l’amore, quelli poco gentili anche se maturi tendevano a trattarmi con brutalità eccessiva, gli arroganti mi facevano sentire una preda.

Ma anche da costoro ebbi modo di apprendere tante cose sul sesso e la prima fra tutte fu proprio quella che dopo poco cominciai a sentirne “a fiuto” i difetti e a tenermi alla larga da loro. E la seconda, ma non in ordine di importanza fu che imparai ad avere il controllo in tutte le situazioni: dentro ad un letto, dovevo sempre essere io a condurre il gioco come più mi piaceva. Quella degli uomini maturi non fu però una regola drastica: avevo ormai raggiunto la trentina quando, seppure raramente, ebbi storie con persone più giovani di me e alcune sono state, per aspetti diversi, ugualmente appaganti. Ma questo accadeva molto tempo dopo i fatti narrati all’inizio ed erano storie diverse da quelle avute con i miei coetanei che erano molto più giovani e che appagavano la loro fame colossale di sesso in pochissimi minuti. Mi capitò in seguito invece di conoscere uomini giovani che si invaghirono di me. Senza falsa modestia debbo dire che non era difficile: ero molto bella e, credo, abbastanza intelligente e il saperlo mi dava una sicurezza che era un ulteriore elemento di fascino. Mi diedi con gioia ad un paio di loro, quelli che più mi intenerirono per la cotta micidiale che si erano presi per me. Non erano molto esperti e non cercavano di nasconderlo ma si impegnavano nel volermi dimostrare quello che sapevano fare: all’inizio mi divertivo un mondo a mi fingevo stupita della loro bravura. Poi prendevo l’iniziativa e li umiliavo, facendoli però felici: li torturavo facendoli impazzire di desiderio prima e di piacere poi, spremevo dai loro corpi fino all’ultima stilla di energia.

Poi li lasciavo tramortiti sul letto e, dopo dicevo loro dandogli una tenera careza: “E’ stato divertente: bacini bacini…” e me ne andavo per sempre dalla loro vita. Sapendo però di aver lasciato un segno. La regola del sette, infatti, doveva rigorosamente essere applicata riguardo al numero massimo stabilito, ma poteva essere ridotta, a seconda delle circostanze e la tipologia delle storie, sino a diventare la regola dell’uno, Verso i quarant’anni ero una donna davvero affascinante e con un bagaglio di esperienza di sesso e di vita in generale davvero notevoli. Molto tempo prima avevo conosciuto Gioia, colei che sarebbe diventata per sempre la mia migliore amica con la quale avevo in comune l’amore per il Bridge, per la libertà e per il sesso. Ma non mi somigliava caratterialmente ed era il mio opposto fisicamente: brunissima io e biondissima lei, io avevo gli occhi scuri e penetranti, lei due laghi azzurri. Era magrissima, filiforme e io ero procace e formosa. Era difficile che potessimo entrambe piacere allo stesso uomo e del resto nessuna delle due pote’ mai lamentarsi per la mancanza di corteggiatori.

Lei prendeva spesso per gli uomini clamorose sbandate che la facevano soffrire perché si ostinava a non voler applicare come me la regola del sette: protraeva i rapporti anche a lungo. Poco male se la storia finiva quando tutti e due si erano stufati. Ma il più delle volte in amore succede che a stufarsi è uno solo, con l’inevitabile sofferenza dell’altro. Oppure talvolta, se dura davvero a lungo, si finisce col giungere al fatidico bivio: il matrimonio o la convivenza da una parte e un lungo, noioso fidanzamento dall’altra che però di solito riconduce prima o poi al punto di partenza. Rispettabilissima la prima scelta per chi si sente di rischiare grosso: le più fortunate trovano l’amore che dura tutta la vita. Le altre dopo un periodo inizale, ci rinunciano per sempre. Certo, c’è sempre il divorzio, la separazione. Ma spesso arrivano anche i figli e allora tutto diventa più complicato per una donna. Credo sia molto difficile per noi, in ogni caso, riappropriarci totalmente della nostra vita dopo un matrimonio o un lungo periodo di convivenza con un uomo e poi magari, quando finalmente ci riusciamo, succede che ci accorgiamo che è troppo tardi. Quando Gioia si innamorava, per un certo periodo di tempo non la vedevo più, spariva.

Per poi riapparire col cuore infranto: il più delle volte era lei a lasciare l’uomo di cui si era inizialmente invaghita perché si era resa conto che si era trattato di un abbaglio. Allora veniva da me in lacrime. Ma eravamo tutte e due dotate di uno spiccato senso dell’umorismo e di solito finiva che avevamo tutte e due le lacrima agli occhi per il gran ridere: come quella volta che si innamorò di un fusto palestratissimo e muscoloso, dall’aspetto virilissimo. Non ebbe modo di vederlo nudo perché si spogliarono sotto le lenzuola e lui sembrava eccitatissimo. Le salì sopra e quando la penetrò lei pensò che il ragazzo avesse un problema psicologico, di quelli che ogni tanto capitano agli uomini. Gli disse consolatoria: “Non ti preoccupare, forse sei troppo eccitato…sono cose che succedono: vedrai che è un problema passeggero.” E lui rispose offeso: “Ma io non ho nessun problema!” Erano in casa di lui. Gli chiese un momento di sospensione perché doveva andare improvvisamente al bagno. Uscì nuda dalla stanza per non far capire a lui le sue intenzioni, andò nella stanza da bagno, prese un accappatoio e ci si avvolse uscendo in quel modo per strada di corsa. Entrò come una furia così conciata a casa mia, disperata e dicendo in lacrime: “Ma ti rendi conto: mi vado ad incottare di uno perchè sembra un macho, un fusto che speravo mi facesse a pezzi…e invece scopro che ce l’ha così piccolo che neanche me ne sono accorta quando è entrato!..Fare a me una cosa simile, proprio a me che ho fatto dire basta a uomini che ce lo avevano come quello di un cavallo: è un affronto, lo capisci che è un affronto?” Io scoppiai a ridere a crepapelle e lei disse seria: “Perché ridi?..guarda che è una cosa seria.” Continuai a ridere, non riuscivo più a smettere. Lei disse: “Smettila, se no lo sai che mi metto a ridere anch’io e non mi sembra il caso, vista la drammatica situazione…” Ogni parola che diceva non faceva che accrescere la mia ilarità e quando disse: “Smettila, ti dico!.. smettila!…” rideva anche lei.